Vuoi partecipare alle feste del Carnevale di Venezia?
Compila questo form e sarai presto contattato!
|
LE TRADIZIONI, LE FESTE UFFICIALI E I
PERSONAGGI DEL CARNEVALE
Ai tempi della Serenissima il Carnevale era il momento più
atteso dai Veneziani che festeggiavano organizzando spettacoli e
"feste da ballo in campiello" a pagamento. Il Carnevale iniziava con
i balli nella Corte del Fondaco dei Turchi. Molti erano i
luoghi dei divertimenti danzanti, il più famoso era quello delle
Zattere, ma si ballava anche nelle corti dei monasteri
(permesso solo prima del tramonto).
Nel corso del Carnevale molte altre erano le feste e i momenti di
divertimento a cui i veneziani non mancavano di partecipare: la
Macchina dei Fuochi con i suoi mirabolanti effetti pirotecnici, il
Ballo della Moresca, le Forze d’Ercole, una sfida alla
resistenza di due piramidi umane, in cui si affrontavano i Castellani
(abitanti del sestiere di Castello, San Marco e Dorsoduro) contro i
Nicolotti (sestieri di San Polo, Santa Croce e Cannaregio) e le
spericolate e sanguinarie cacce dei tori, le corse delle “cariole”,
lo “svolo del turco”, la festa delle Marie, le
infinite feste in costume che venivano organizzate, per la gioia dei
patrizi, in tutti i più bei palazzi di Venezia, o il passeggio
d'obbligo al "liston" sfoggiando le maschere più sontuose della
città. La festa del Carnevale veneziano più gioiosa e sfrenata si
svolgeva durante il giovedì grasso, l'ultimo giorno di
Carnevale. Centro della festa era Piazza S. Marco, un vero
baccanale come la chiamavano i testimoni del tempo, dove le
maschere cantavano:
"Par che ognun di carnevale
a suo modo possa far,
par che adesso non sia male
anche pazzo diventar..."
durante le ultime ore di libertà prima che i lenti e cupi rintocchi
delle campane di San Francesco della Vigna segnassero la fine del
Carnevale e l'inizio della Quaresima… Un fantoccio gigante che
rappresentava la maschera di Pantalone veniva posto tra le due colonne
della Piazzetta per poi essere bruciato mentre tutto il popolo
intonava la nenia funebre:
"El va! El va! El va!
El carneval el va!..."
Alcune di queste feste tradizionali si sono conservate fino ai giorni
nostri. Vediamo alcune.
La festa delle Marie
Questa festa di cui le cronache narrano per la prima volta nel 1039,
durante il governo della Repubblica Serenissima, rievoca la
liberazione delle giovani spose rapite, insieme ai loro gioielli, dai
pirati istriani nel 948. In occasione di tale ricorrenza si procedeva
al sorteggio di dodici tra le più belle ragazze di Venezia, che
venivano ribattezzate “le Marie” e decorate con ricche vesti, gioielli
e quant'altro necessario per renderle splendide. Le Marie sfilavano
con un corteo di barche tra le principali chiese di Venezia,
assistendo alle varie funzioni religiose e ai rinfreschi con musica e
danze allestiti dai veneziani per l’occasione. Durante tale ricorrenza
era tale l'eccitazione dei veneziani e dei tanti foresti accorsi per
l'occasione che la Repubblica era costretta a prevedere straordinarie
misure di sicurezza.
La festa - originariamente 3 giorni - ebbe a durare negli anni a
seguire anche nove giorni e le ragazze vennero ridotte al numero di
tre. Tra i vari cambiamenti che subì la festa uno fu decisamente buffo
(e fatale): osservando che i veneziani erano molto più interessati
alle ragazze piuttosto che alle funzioni religiose le bellezze vennero
sostituite dalle loro immagini riprodotte sul legno (dette appunto le
Marie de “tola”)…
Caduta in disuso già nel 1379 verrà poi ripresa alcuni secoli dopo ma
in forma molto ridotta.
Il Volo del Turco (o dell'Angelo)
Questa tradizione prese il nome dall'impresa di cui fu protagonista a
metà del 1500 un giovane turco, acrobata di mestiere. Da una barca
solidamente ancorata nel molo, davanti alla Piazzetta, l'acrobata
riuscì ad arrivare fino alla cella campanaria del Campanile di San
Marco, camminando su di una corda soltanto con l'aiuto di un
bilanciere.
Fu uno spettacolo talmente entusiasmante per il popolo veneziano che
da quell'anno l'impresa, chiamata ormai "Svolo del Turco" (Volo del
Turco), si rinnovò nei secoli, con l’aggiunta di innumerevoli
varianti, sempre più d’effetto.
Di solito si svolgeva il Giovedì Grasso, con la Piazza San Marco
gremita dalla folla incitante e alla presenza del Doge e della
nobiltà. Nelle versioni successive lo "Svolo" fu ripetuto sempre da
acrobati professionisti, fino a quando alcuni popolani della categoria
"Arsenalotti" (le maestranze dei cantieri dell'Arsenale) non vollero
provare essi stessi, prendendo la cosa così a cuore da diventare, nei
secoli, la categoria specializzata in tale impresa.
Con gli anni lo "Svolo" cambiò forme ed usanze, diventando una
cerimonia ufficiale che sostanzialmente si divideva in tre fasi, che
il cosiddetto "Turco" (o "Angelo" per le ali finte che aveva addosso)
doveva svolgere: salire sulla corda fino al campanile facendo
spettacolo, scendere poi con piroette fino alla loggia del Palazzo
Ducale dove il Doge, assieme a tutto il potere politico e agli
ambasciatori stranieri, riceveva dalle sue mani un mazzo di fiori o
delle carte con dei sonetti
e infine risalire sul campanile. Spesso in cambio del mazzo di fiori
il Doge premiava il "Turco" con una somma di denaro.
La Cazza al Toro
La "cazza" (caccia) del toro si svolgeva il Giovedì grasso, quando
veniva ucciso l’animale che il Patriarca di Aquileia, Ulrico, inviava,
insieme a 12 pani e a 12 porci, come tributo annuale al Doge in
seguito a una ribellione da lui ordita contro la Serenissima assieme a
dodici feudatari friulani, per il controllo delle saline di Grado. Il
toro e i dodici maiali, allegoria del Patriarca e dei suoi accoliti,
venivano accolti come prigionieri in Palazzo Ducale e venivano
formalmente condannati a morte ogni anno dalla magistratura. La
sentenza veniva eseguita in piazza San Marco mediante sbranamento da
cani e quando gli animali giacevano sfiniti, venivano macellati. Tale
onore era affidato alla Corporazione dei fabbri, assistiti da quella
dei macellai (bechèri) che poi li distribuivano a tutto il popolo
veneziano: dal nobile al condannato.
Da qui nasce il detto veneziano: "tagiar la testa al toro" (che
significa togliere di mezzo gli ostacoli, finire in maniera definitiva
un problema), poiché con il taglio netto della testa del toro veniva
decretata la fine dello spettacolo.
Nel 1420 questa usanza fu abolita quando il Friuli passò sotto la
dominazione di Venezia in quanto la festa si era trasformata in gioco
senza malizia che durò fino alla fine della Repubblica e della sua
origine storica rimase solo la partecipazione del doge.
Protagonista famoso di alcune di queste feste era Giacomo Casanova
(1725-1798), uno dei personaggi più celebri e più rappresentativi
dell'aspetto lussurioso, libertino e decadente della Venezia
settecentesca.
Nonostante fosse soprattutto uno scrittore prolifico, il suo
nome evoca oggi viaggi, avventure, divertimenti e soprattutto
seduzione. Tant’è che ancora adesso chi ha successo con le donne viene
comunemente definito un…Casanova!
Protetto dall’inseparabile maschera, che gli garantiva la discrezione
necessaria per mantenere l’anonimato, Casanova frequentava i migliori
salotti, i teatri più alla moda, le case da gioco, e a volte non
disdegnava neppure i postriboli più squallidi: ovunque passasse
lasciava una scia di scandali, frenesia e vivacità.
Nel 1998, anno in cui ricorreva il bicentenario della sua scomparsa,
Venezia ha celebrato la memoria del suo illustre cittadino
dedicandogli i festeggiamenti del Carnevale e una mostra a Cà
Rezzonico.
|